di GIOVANNI BIRINDELLI
In un recente articolo[1], Gerardo Coco fa un’analisi economica delle criptovalute (come Bitcoin ad esempio). L’Autore si chiede se «impulsi magnetici, ossia “non cose” possano costituire il fondamento di un sistema monetario di un’economia complessa». La risposta che dà nell’articolo è “No”. Personalmente non condivido quest’analisi. In questo articolo provo a spiegare perché.
Il ragionamento dell’Autore: l’esempio di Ricardo, la “teoria quantitativa” della moneta e l’equazione di Fisher
L’Autore basa la sua analisi sulla “teoria quantitativa” della moneta. L’analisi di Coco parte da un esempio per spiegare «il nocciolo della teoria quantitativa [che può essere riassunto nel modo seguente:] per mantenere il valore di una moneta bisogna limitarne la quantità». In quell’esempio, viene ipotizzato un mercato chiuso in cui circoli un certo numero di monete d’oro puro. «Data una certa velocità di circolazi
Vorrei entrare nel merito della questione, per molti versi assai interessante, premettendo che:
1 – sono un simpatizzante della Scuola Austriaca di economia,
2 – non prendo per oro colato tutto quanto hanno scritto in materia Ludwig von Mises, Murray Rothbard, Huerta de Soto e gli altri esponenti della Scuola stessa,
3 – non sto dalla parte né di Coco, né di Birindelli, né di Irvin Fisher, né della ‹sua› teoria quantitativa della moneta.
4 – non condivido l’entusiasmo di Birindelli per i Bitcoin e, a tale scopo, cercherò di esporre le mie ragioni.
Detto ciò, sarà mia cura sviluppare le argomentazioni sul tema, prendendo come spunto alcuni passi dell’articolo di cui sopra.
A) – Birindelli, nell’esempio di Giuseppe che acquista da Chiara 2 etti di zucchero al prezzo di 40 cent/etto, afferma: «Se infatti ci fosse stata questa “equivalenza” lo scambio non avrebbe potuto aver luogo. Se lo scambio ha avuto luogo allora vuol dire necessariamente che per Giuseppe 2 etti di zucchero valevano più di 80 centesimi, e che per Chiara 80 centesimi di euro valevano più di 2 etti di zucchero».
>> Non condivido. Penso che per i due attori il prezzo pattuito possa essere ritenuto equo e congruo, senza l’intima soddisfazione da parte di entrambi aver fatto un affare. Tantissime volte si vendono o si comprano oggetti più per necessità (fisica o psicologica) che per speculazione e, in senso lato, il prezzo stabilito tra i due fa comunque ‹storia› per le statistiche di mercato. Ciò è perfettamente coerente con la “teoria soggettiva del valore”.
B) – Più avanti, a proposito del prodotto a destra dell’equazione MV=PQ, Birindelli scrive: «In realtà, la parte relativa ai beni non esiste: se moltiplichiamo un prezzo per una quantità otteniamo una quantità di denaro (non una quantità di beni), quindi l’equazione di Fisher significa solamente: 80 centesimi = 80 centesimi». E poi, qualche riga dopo, aggiunge: «…(o, il che è lo stesso, che e = denaro speso = denaro incassato), non spiega un bel nulla.»
>> La formula invece è coerente e mantiene un suo significato così com’è stata scritta. Per esempio in Fisica, quando si stabiliscono delle relazioni tra grandezze diverse, è doveroso verificare che, dopo le relative semplificazioni algebriche, i termini a cavallo del segno uguale abbiano le stesse “dimensioni”.
L’equazione m*v = F*t stabilisce l’equilibrio tra l’impulso della forza F con la quantità di moto del corpo. Qui le grandezze sono tra le più disparate. Abbiamo una massa, una velocità, una forza e un tempo. Non ce ne sono due di identica natura, eppure la loro interdipendenza rappresenta una delle ‹leggi› più famose della Dinamica. Nel sistema mks, a sinistra abbiamo N*s^2/m*m/s, e a destra, N*s. Nella sua veste “dimensionale”, togliendo i termini che si elidono, si arriva all’esatta eguaglianza: N*s=N*s. (Newton * secondi). La verifica delle dimensioni è fondamentale per essere sicuri di non aver posto “mele” = “pere”. Dunque e non è vero che l’eguaglianza “denaro speso = denaro incassato” non spiega un bel nulla. Verificare che “centesimi = centesimi” è corretto e sarebbe sbagliato se non fosse così. Per quanto riguarda la correlazione stabilita in MV=PQ, a sinistra c’è “denaro” * “numero_puro/tempo”; e a destra c’è la stessa cosa, “denaro” * “numero_puro/tempo”. Il tutto torna.
C – Proseguendo nell’articolo l’A. ci ricorda l’osservazione di Rothbard: “Poiché V è definita come pari a E/M, quello che in effetti abbiamo è: MV = M(E/M) = PQ e cioè, più semplicemente: E = PQ. Cioè la nostra formula originale».
>> Questa “svista algebrica” di Rothbard ha mietuto diverse vittime tra gli adepti della Scuola Austriaca, tra cui Frank Shostak nel suo articolo “Is Velocity Like Magic?”. Non è corretto estrarre un termine dall’uguaglianza e poi rimetterlo nella stessa equazione dicendo che abbiamo ottenuto una tautologia. Einstein trovò la relazione: E=m*C^2. Nessun altro scienziato si è mai sognato di dire che “la formula non significa nulla perché se al posto di E ci mettiamo m*c^2, si giunge alla banalità: m*c^2=m*c^2”. Alcuni si sono limitati a dire (erroneamente) che la “relatività generale” ha delle pecche, ma di certo non hanno esibito un ragionamento di quel tipo per dimostrare la sua inconsistenza.
Che poi l’equazione MV=PQ abbia o non abbia un significato pratico di rilievo è un discorso a parte.
D – Procedendo nella sua disamina, Birindelli scrive: «Che cosa è Q? Come possono due etti di zucchero essere aggiunti a un cappello per arrivare a Q?»
>> Se, come è riportato nell’articolo dall’Autore stesso, poniamo Q= “quantità totale di beni e servizi comprati col denaro” non vedo alcuna stortura nel “sommare” lo zucchero con il cappello. Nella definizione di Q non viene specificato che i beni o i servizi devono essere dello stesso genere, ma si richiede solo la conta delle transazioni. Ripeto, se poi si vuol considerare se valga la pena oppure no costruire una teoria economica su quella relazione, è un altro discorso.
E – Nell’esempio di Giorgio che chiede alla sua compagna cos’ha nella borsa della spesa, l’A. ritiene più corretto che lei gli risponda: «1 kg di pasta, un coltello da cucina e una confezione di detersivo» piuttosto che un laconico: «la spesa».
>> Se ci impegoliamo nella ricerca dei particolari allora non la finiamo più. Se Giorgio vuol sapere cosa mangerà per cena allora faccia il favore di chiederlo esplicitamente, anziché formulare una generica domanda sul contenuto della borsa. Le cose che gli possono interessare sono tantissime, p.es. le calorie per 100g di quella pasta, il materiale di cui è composto il manico o la lama del coltello oppure in che misura il detersivo è biodegradabile. Ricevuta una risposta dettagliata a fronte di una domanda specifica, Giorgio potrà magari valutare se il prezzo pagato è congruente (non necessariamente un affare!) con quanto acquistato.
F – Nella parte in cui l’A. parla dell’inflazione ci sono dei punti su cui concordo abbastanza e su altri meno. Laddove scrive: «[…] un aumento della quantità di moneta produce un aumento del “livello dei prezzi” (concetto privo di senso economico)» non sono d’accordo.
>> Terminato l’«effetto Cantillon», il livello generalizzato dei prezzi si alza, inevitabilmente. E con il passar del tempo, insistendo nell’immissione di liquidità, tutti i settori ne risentiranno, dai “capital goods” ai “consumer goods”. Negli anni ’70, una Fiat-500 costava suppergiù 500mila lire (250 euro). Confrontate un po’ «cosa ha fatto il governo ai nostri soldi» nel frattempo!
G – Sulla questione della “quantità di denaro ottimale” Birindelli cita Ludwig von Mises: «purché essa sia sufficientemente divisibile, qualunque quantità di denaro è ottimale». E poi più avanti riprende: «ogni quantità fissa di denaro è ottimale e il mercato reagisce all’aumento di domanda di moneta semplicemente abbassando i prezzi e quindi aumentando il suo potere d’acquisto».
>> Bene, concordo ma fino ad un certo punto. In pratica, anche se l’unità monetaria fosse sufficientemente divisibile, diventerebbe assai difficoltoso usare le frazioni infinitesimali. In elettrotecnica si usano i “Farad” come unità di misura della capacità dei condensatori, ma in pratica le grandezze sono esplicitate in pico-Farad o tutt’al più in micro-Farad. I sottomultipli servono per non avere tra i piedi delle grandezze con svariati zeri dopo la virgola, oppure con esponenti negativi.
Nell’ipotesi (per me favorevole) che, (1) l’unità monetaria venisse riagganciata all’oro con rapporto di conversione mantenuto fisso nel tempo, e che (2) la quantità di moneta (dunque di oro) rimanesse inalterata, ad un certo punto, secondo la “productivity norm” di George Selgin, si arriverebbe a comprare un appartamento in centro con 1 grammo d’oro. Essendo entrambi (oro e appartamento) dei beni soggetti alla valutazione del mercato è normale che anche il valore della moneta-oro oscilli da par suo. La comodità di utilizzo ne potrà stabilire poi la quantità in funzione delle esigenze pratiche. Io non mi sentirei di dire a priori che ‹qualsiasi quantità di moneta è ottimale›. L’«azione umana», e non la Banca centrale (!), deciderà liberamente il da farsi.
H – Ed ora, finalmente, parliamo dell’argomento principe, cioè della “criptomoneta”. Nel caso specifico dei Bitcoin, Birindelli con entusiasmo afferma che «[…] non solo garantisce l’anonimato di chi la usa ma soprattutto che non è aggredibile dallo stato. […] Il fatto di poter acquistare una moneta d’oro o un televisore o un gioiello oppure un’infinità di altri beni e servizi senza che lo stato possa venire a saperlo e poterlo fare grazie a un mezzo di pagamento che non è aggredibile dallo stato è quello che non esiterei un istante a chiamare “utilità diretta”. E per me, come per altri, questa utilità è enorme.»
>> Giusto. Ma il vero problema è lo «Stato» in quanto tale! Fino a quando non sarà abolito o comunque indebolito, al di là della soddisfazione che possono provare gli utenti di Bitcoin nel poter nascondergli le transazioni, ogni iniziativa di questo genere è destinata a rimanere sterile. Lo Stato potrebbe altresì accettare di perdere la tracciabilità dei vizi (o delle virtù) dei suoi sudditi nei loro acquisti, senza batter ciglio. Avendo dalla sua parte il potere legislativo ed esecutivo, nulla gli impedisce di promulgare una legge che vieti l’utilizzo della criptomoneta, abbinata a severissimi castighi per i trasgressori. Nel frattempo sarebbe anche capace di aumentare ‹quanto basta› le tasse sui beni immobili e su tutto ciò che non può sfuggire ai controlli. (La vicenda del SIMEC, la moneta locale ideata da Giacinto Auriti e sperimentata nel paese di Guardiagrele, conferma la mia ipotesi.) — Hai comprato un’auto pagandola coi Bitcoin? Male. Non appena ti fermeranno i carabinieri per un controllo, dovrai confessare. Se te la rubano e denunci il furto, idem. Hai comprato di nascosto un televisore? Male. Non appena lo porterai a riparare in un laboratorio qualificato, sarai pizzicato. (Ricordiamoci la possibilità di ottenere un mandato di perquisizione per frugare in casa di chi non vuol pagare il canone Rai.)
Quando c’è da tosare il gregge, la fantasia dei nostri pastori non conosce limiti. Puoi forse cavartela cripto-comprando beni di rapido consumo le cui tracce spariscono in fretta. Ma, sic stantibus rebus, non è l’anonimato negli acquisti che ci difende dallo Stato. Le sevizie che è in grado di affibbiarci sono ben altre! (La legge Mancino sull’istigazione all’odio razziale, per esempio.)
I – A proposito della “sicurezza” l’A. scrive: «Bitcoin è una moneta molto più sicura del denaro fiat digitale e (una volta che uno ha imparato a usarla) è estremamente più facile da usare.»
>> Non sono d’accordo. Tutto ciò che “gira” dentro e attorno ai computer, proprio per la sua natura effimera, contiene una serie di falle impossibili da eliminare.
I calcolatori elettronici, muniti di software adeguato, svolgono una funzione importantissima per ampliare le conoscenze umane e per migliorare la vita di tutti noi. La loro flessibilità e adattabilità è enorme. Senza di loro l’Enigma, la macchina crittografica di Hitler, sarebbe tutt’oggi una brutta gatta da… decifrare. Dall’esplorazione dello Spazio alla ricostruzione della doppia elica del Dna, dall’interpretazione dei dati del Cern alla chirurgia nelle sale operatorie, dalle simulazioni della meccanica quantistica alla navigazione strumentale, dalla scrittura elettronica tra le mura domestiche allo svago (magari discutibile) dei videogiochi… I computer, o comunque l’elettronica in generale, svolgono una funzione vitale ed insostituibile nel mondo moderno. Senza contare la struttura della rete Internet, che ritengo sia l’invenzione più libertaria del XX secolo.
Però tutto questo bendidio presenta un drawback praticamente insanabile: la sua completa inaffidabilità per la conservazione dei “valori”.
Se gli antichi Egizi avessero scritto la loro storia e disegnato i geroglifici su dei computer ora non sapremmo nulla di loro, anche se negli scavi dovessimo trovare gli hardware ancora sigillati. Se i notai degli anni ’70 e ’80 avessero scritto e depositato gli atti ‹solo› sui supporti magnetici di allora (es. floppy disk da 8″), senza conservarne una copia su carta o su pellicola fotomeccanica, attualmente non ci sarebbero più speranze di recuperare le informazioni dei contratti stipulati. Il continuo aggiornamento e la conseguente conversione dei dati nei nuovi formati (spesso incompatibili coi precedenti e sui nuovi supporti) costituiscono il cruccio di tutte le persone ‘informatizzate’ che per mestiere non fanno i guru dei computer. I dischi di vinile, le cassette VHS, così come quelle audio, si sono ormai praticamente estinti come dinosauri della modernità.
Un altro inconveniente tutt’altro che trascurabile è costituito dai virus informatici. Questi sono i nemici più subdoli ed imprevedibili che rappresentano una minaccia costante per l’integrità e la custodia dei dati. Anche sui ‹data base distribuiti› grava implacabile la minaccia dell’infezione. Le connessioni in rete e i S.O. col passar del tempo diventano sempre più sicuri ma, nonostante ciò, non si può escludere a priori che i nostri Pc siano diventati completamente immuni dal contagio.
La riservatezza del sistema Bitcoin si basa sulla “firma elettronica”. Per ottenere ciò viene implementato un algoritmo matematico ‹asimmetrico› detto “crittografia a doppia chiave: pubblica e privata”. Pur essendo a tutt’oggi una delle tecniche più affidabili, seppur gravose in termini di Cpu, la sicurezza della criptomoneta presta comunque il fianco a due inconvenienti che ne indeboliscono di molto la peculiarità:
1) la possibile scoperta di una regola matematica che possa ridurre drasticamente i tempi per la scomposizione dei grandi numeri in fattori primi;
2) la necessità inderogabile di ricorrere ad una Autorità Garante, riconosciuta tale da tutti gli attori, in caso di contestazioni sul diritto di proprietà.
Punto 1. La scoperta di una fattorizzazione rapida non sarebbe solo un fatto clamoroso nell’ambito della ‹scienza esatta› ma, se ciò accadesse, le sue conseguenze sull’identità elettronica delle persone e sulla riservatezza dei loro dati sarebbero catastrofiche. Il sistema cripto-monetario cadrebbe in mille pezzi con effetti infinitamente più devastanti di quelli della Grande Depressione del 1929.
(La dimostrazione dell’‹ultima congettura di Fermat› è sfuggita ai matematici per più di tre secoli e mezzo, finché Andrew Wiles, dell’università di Princeton, non riuscì nell’intento nell’anno domini 1995.)
Punto 2. Se un utente Bitcoin dovesse mai aver bisogno di dimostrare che è proprio lui il proprietario dell’oggetto acquistato, dovrà per forza di cose recarsi presso un “ente di garanzia”, accreditato anche dalla controparte, per dirimere la questione. Tale Autorità, attraverso un algoritmo di verifica “al di sopra di ogni sospetto” (a sua volta “firmato” dalla software house emittente, etc., etc.) dovrà usare la chiave pubblica di ciascun contendente e verificare quale delle due genera una versione “leggibile” del certificato di possesso.
Secondo me basterebbe solo questo per invalidare tutto l’impianto delle criptomonete.
Per ultimo, ma non ultimo, bisogna considerare il fatto che, per la stragrande maggioranza delle persone, il meccanismo su cui si basa la segretezza del sistema Bitcoin è di una oscurità impenetrabile. Si richiede un atto di fede da parte loro.
Birindelli stesso lo ammette: «Pochissime persone lo conoscono, ancora meno persone evidentemente lo hanno capito e fra queste una parte minuscola lo usa».
La saggezza del buon ‹pater familias› impone di evitare il più possibile le proposte che non si conoscono appieno. Specialmente quando si tratta di soldi guadagnati con fatica. I titolari delle famigerate “obbligazioni subordinate” che sono rimasti senza un centesimo del denaro investito, ne sanno qualcosa. Prima magari no, ma ora certamente sì!
Perciò io sono del parere che, a parte qualche baldo giovine, nato con in mano il joystick del Commodore 64, la maggior parte degli individui avveduti non se la sente di affidare i propri averi ai bit del Pc e a degli sconosciuti che allignano chissà dove, segnalati da altri sconosciuti quali garanti della bontà del software della ‘blockchain’ e di tutto l’ambaradan che le sta intorno.
Oddio, non è che l’attuale uomo della strada sia consapevole e sufficientemente edotto sulle segrete cose dell’economia e sulla vera natura della moneta. Volendo fare il cattivo, direi che tra questi ignari ci sono fior di economisti, insigniti addirittura di premio Nobel, Paul Krugman, tanto per fare un nome.
Generalmente, le persone comuni, che sono in altre faccende affaccendate, si fidano dello Stato quale mallevadore perché i foglietti di carta custoditi nel portafoglio e i numeri sull’estratto conto mantengano (più o meno) anche in futuro il valore attuale in fatto di acquisti di beni e servizi. Anche se fanno molto male a fidarsi dello Stato, vedono comunque in lui un papà che c’è e, nel loro immaginario collettivo, pensano che tramite il potere giudiziario li possa difendere dai soprusi. Dunque la questione della criptomoneta appare molto più fumosa e complicata rispetto all’idea, ahimè assai diffusa, dello Stato-protettore, anche se vampiro.
Se poi quelle stesse persone vengono a sapere delle brutte cose come il fallimento della Mt.Gox, la più grande “banca” di cambio dei Bitcoin con sede a Tokio (v. Wikipedia), allora la loro fiducia si riduce inesorabilmente a zero.
Per concludere, io sono del parere che i Bicoin si possono paragonare né più né meno ai buoni sconto distribuiti nei supermercati. Alla fin fine anche questi sono ‘soldi’… Se proprio uno muore dalla curiosità di partecipare al gioco, allora è bene che impegni una quota molto marginale dei propri averi per provare l’ebbrezza di fare il ‹carbonaro› e di non pagare l’Iva usando una moneta nascosta. (Anche se il cambio di moneta l’abbiamo già subìto nel 2002, con le conseguenze che tutti stiamo patendo…, e senza provare alcuna ebbrezza.)
Per quanto mi riguarda io passerò alla criptovaluta solo quando la signora Maria, mia fornitrice ufficiale di uova fresche, insalata, pomodori, patate e zucchine accetterà solo pagamenti in Bitcoin.
Prima no.
Ciao a tutti,
se siete appassionati di questi argomenti dovete assolutamente leggere la parte di Economia Monetaria del mio blog, dove metto a confronto Bitcoin, moneta metallica e moneta fiat. Assicuro che è una lettura assolutamente di livello e al tempo stesso semplice e diretta!
http://www.albertodeluigi.com/index/
Anche se è sempre una soddisfazione leggere Birindelli e Coco
non entro più di tanto nelle discussioni teoriche, non ne sarei all’altezza però… ritengo
sia più utile imho concentrarsi sul corso imprenditoriale integrando come umanamente possibile l’unica cosa realmente scarsa: la conoscenza interdisciplinare economico-giuridico-informatica rilevante necessaria di tipo pratico ed applicato.
Per me le “criptovalute” rimangono certificati crittografici digitali la proprietà dei quali è trasferibile in sicurezza e senza un’autorità sopraordinata. Non poco! Ma non moneta.
Siamo al cospetto di un esperimento che, per quanto diffuso trasversalmente su tutto il pianeta, costituisce solo uno degli utilizzi alternativi di tecnologie piuttosto mature. Un sub-set di tecnologie non miracolose ma dalle quali, complice il contesto politico-monetario mondiale, se n’è tentato di implementare un utilizzo alternativo non ancora sedimentato ed in continua elaborazione. Ciò fa ben sperare per l’umanità evidentemente, e da più punti di vista.
La scarsità imposta allo strumento è una proprietà iscritta d’imperio dal creatore nel codice della procedura applicativa che coordina le funzionalità del ledger.
Ad alcuni cripto-certificati è stata imposta una scarsità diversa e questi possono essere l’esatta copia di altri solo re-brandizzati e con scarsità fai da te impostata su numeri che nulla hanno di scientifico, se escludiamo limiti puramente informatici, cioè poco più che “ad minchiam”. Altre sono cannibalizzazioni con condimento di metafore a profusione e le cose nuove nuove si contano forse sulle dita della mano destra di un falegname.
Che cose dimensionate “a caso” o anche fisse possano funzionare è pacifico, qualsiasi quantità è ottima dice Birindelli.
Che possano proliferare ledger praticamente identici (attraverso la manipolazione degli stessi sorgenti open source) con scarsità diversa non è un problema.
Di fatto però non è ancora chiara, e mi stupirei se lo fosse, la direzione della linea di sviluppo poiché i punti d’innesco dell’innovazione sono distribuiti come piace agli austriaci, cioè a livello di libera imprenditorialità individuale eventualmente coagulata in gruppi di lavoro, ma sostanzialmente non controllabili da nessuno.
Da questo punto di vista, mi sembra un esercizio sterile fissarsi sulle proprietà quantitative di uno strumento. Detta proprietà dei 21.000K è stata sostanzialmente una necessità limite per poter licenziare senza ambiguità verso il mondo digitale contemporaneo una soluzione applicativa, un software concreto.
Qualsiasi quantità fissa non costituisce un limite alla funzione monetaria.
Un numero fisso costituisce un inconsistente vincolo alla possibilità creativa di scoperta di strumenti altrettanto utili agli scambi anche in assenza di moneta.
Oggi delle potenzialità dei “cripto-certificati” ne sappiamo ancora quanto ne sapeva Colombo dell’America al primo sbarco.
Questo non esclude comportamenti che convenzionalmente scimmiottino…. e con incidentale successo…. le proprietà di una moneta merce. Anche al limite di una moneta credito
Non è escluso che mentre prossimamente:
1) una tribù riterrà moneta una conchiglia,
2) un’altra comunità considererà lo stesso oggetto, per ragioni distinte facenti perno sulla limitata ancorché non fissa disponibilità, la rappresentazione convenzionale o consuetudinaria accettata di quantità un altro bene.
Se rimaniamo nell’alveo della riserva intera, il secondo uso sin da oggi potrebbe non essere banale e scommetto che è proprio li che potrebbero cadere pruriginosi interessi statalisti. Ma questa è solo una mia impressione.
Rigore teorico incluso, ma solo in funzione di presidio generico, la questione è di partecipare all’evoluzione ovunque questa curiosità ci porti.
Sporcarsi si o no le mani con la creta della conoscenza grezza?
Un grazie anche al Miglioverde e tanto bene a tutti.
Non riesco a capire cosa voglia dire nel suo commento.
io mi ricollego a Birindelli : qualsiasi merce puo’ essere denaro, dipende dalle azioni degli uomini. In fondo l’economia e’ la scienza dell’azione umana. Pertanto il denaro e’ stato tante cose dal bestiame alle conchiglie , alle tavolette di the , e negli ultimi tremila anni oro ed argento . Denaro sono anche anche le criptovalute ?
Tutto questo dipendera’ solo dalle azioni degli uomini perche’ come spiega bene Birindelli sono le azioni delle persone che determinano cosa e’ o sara’ denaro. Le persone in fondo in fondo hanno bisogno di una merce che le permetta di poter scambiare beni e merci e come ha scritto Birindelli il Denaro e’ la merce piu’ commerciabile.
Quindi mi permetta lo decidera’ solo la gente se bitcoin sara’ Denaro.
Come può essere diversamente? Quel che dico è che le utilità che il mercato adotterà potrebbero essere anche, ed in tempi diversi, distinte da quelle di chi oggi usa i cripto-certificati come moneta.
Le scelte, le opzioni disponibili, le opportunità sono potenzialmente superiori e maggiormente articolabili rispetto al pratico uso convenzionale auspicato dal legittimo marketing di brands in competizione che liberamente invocano lo “spintaneo” 🙂 uso dei “…..coin”.
Legare i cripto-certificati alla funzione di moneta (anche se il dibattito è utile pertinente ed interessante) è una speculazione parziale di un fenomeno che porterà comunque rilevanti affinamenti agli strumenti della libertà economica.
Come avrà notato non ho mai citato il nome proprio di alcuno strumento particolare. Non è necessario! Ognuno liberamente faccia il tifo per quel che gli pare.
Data l’importanza e la qualità del dibattito, una mezza giornata di studio sarebbe auspicabile.
L’articolo di Gerardo Coco mi aveva lasciato un po’ perplesso, ma non sarei stato in grado di articolare una risposta così chiara e approfondita come Giovanni Birindelli.
Questo suo eccezionale articolo mi ha chiarito i dubbi.
Complimenti comunque a entrambi per l’elevato livello del dibattito, e al MiglioVerde per averlo ospitato.
Grazie Guglielmo
Coco mi ha comunicato che risponderà a Birindelli.
wao , sono contentissimo, Il Miglioverde sta salendo di caratura in maniera spettacolare!!!
Grazie Coco e grazie a Birndelli (e’ sempre piu’ un vero autriaco )
lasciatemi solo citare Diego de Covarrubias y Leiva : il valore di una merce non dipende dalle sue caratteristiche ma dalle stime degli uomini anche se quelle stime sono folli.
Anche il denaro dipende dalle stime degli uomini, e Birndelli per me ha pienamente ragione.
Grazie a lei Pagiusco