di ALEKSANDER AUTINA
Dopo quasi quindici anni di politiche socialiste i nodi sono inevitabilmente venuti al pettine in Brasile. Da gennaio 2014 ad oggi il tasso di crescita annuale del pil a cadenza trimestrale è stato costantemente negativo con una decrescita media di oltre il 2%[1]. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione è passato da poco più del 6% a quasi il 14%[2] mentre il tasso di occupazione è calato dal 57 al 53%[3].
Nel tentativo di contrastare la recessione in corso, in soli tre anni il debito pubblico è passato dal 50 al 70% del pil[4] mentre quello estero è più che triplicato in appena sette anni[5]. Tutto questo mentre il deflusso di capitale estero, anticipando il collasso prossimo venturo, ha cominciato a prendere il largo già dal 2008[6] con conseguente svalutazione del real brasiliano nei confronti del dollaro americano di oltre il 100% in sei anni[7].
Nel 2015 uno studio della Banca Mondiale ha definito il Brasile come una delle peggiori ec
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