di CARLO MELINA
Con 42 milioni di euro hai voglia il sale che spargi, le buche che copri, le cacche che raccogli, i rom che sfami, pulisci e scaldi, e magari allontani dal centro laborioso della città . O le cazzate che fai, tipo partecipare ad una gara che non vincerai mai, e che peggio sarebbe se vincessi: quella per l’assegnazione dei giochi olimpici del 2020, che Roma, capitale di uno stato fino a ieri sull’orlo della bancarotta, si propone di ospitare, pretendendo di soffiare la fiaccola a concorrenti che blandamente definirei imbattibili, tipo Tokyo e Istanbul.
L’ultima parola, prima dell’esborso, spetta al monotono professor Monti, che astutamente tentenna. Visti i chiari di luna, 42 milioni per attività di lobbying e promozione della candidatura italiana paiono troppi. Una candidatura inutile, si diceva, perché l’Italia più che attestati di stima sta collezionando debiti e declassamenti dalle agenzie di rating. Ma soprattutto sconveniente. Perché “vincereâ
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